Distorsione. E vedi le stelle. Cosa fare per guarire in fretta? Alla lettera di Chiara da Salerno risponde la dottoressa Bianca Maria Lenci, nostra fisioterapista

Propriocezione, mai dimenticarsene: troppo spesso la rieducazione funzionale di articolazioni lese ricerca solo il recupero della mobilità articolare e del tono muscolare senza dare il giusto peso alla propriocezione

Luca De Ponti elenca le dieci cause più frequenti di infortunio muscolare e per ognuna di queste spiega perché succede e, soprattutto, cosa fare per evitarle; dunque, cosa per prevenirli e cosa per cercare di guarire

Anche se il grande freddo non è ancora arrivato, sono alle porte e scalpitano i virus dell’influenza

Cefalea: prevenirla e combatterla in modo naturale, questa è la raccomandazione di Luca Speciani

Come non perdere tempo e seguire un corretto protocollo di recupero con un piano personalizzato col proprio fisioterapista dopo l’intervento chirurgico.

Tutto quello che volete sapere sulle onde d’urto: cosa sono, quando servono, come si somministrano e, soprattutto, sono dolorose? Queste tutte le domande che una nostra lettrice pone alla fisioterapista Bianca Lenci. A pag. 52 e 53 le sue risposte.

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Mangiar sano, variato e abbondante è una splendida regola per restare in salute ma, per perdere qualche chiletto di troppo accumulato durante l’estate, ci viene incontro l’irisina, molecola di segnale di recente scoperta. Per dimagrire allenandoci non basteranno i lavori lenti e prolungati, ci vorrà anche un po’ di intensità, che “collabora” perfettamente con l’irisina. Per dimagrire divertendosi. Parola di Luca Speciani!

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Per dimagrire, attività aerobica o anaerobica? La risposta ce la fornisce Luca Speciani, concludendo che la risposta corretta sta nel giusto mix dei due tipi di attività, in quanto il lavoro aerobico ha un effetto dimagrante graduale, mentre quello anaerobico dà un'accelerata di "intensità" al nostro motore impigrito.

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Distosione di caviglia: meglio non correre troppo. La guarigione, infatti, richiede un certo tempo e bruciare le tappe significherebbe non tornare perfettamente in forma. Molto dipende anche dal grado di gravità della distorsione: indicazioni sul trattamento e su come evitare le recidive concludono l’articolo della nostra fisioterapista Bianca Lenci.

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Leggi anche: Distorsione, che dolore!

Non può mancare la fisioterapia dalla nostra rivista di triathlon e questo mese la dottoressa Bianca Lenci tratta della Sindrome della bandelletta ileo-tibiale, in quanto la corsa e la bici predispongono a questo infortunio, dunque è bene che il triatleta conosca il problema. Si parte da cenni di anatomia, per proseguire con sintomi, cause e concludere col trattamento.

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Regole per guarire bene e tornare attivi come e più di prima per affrontare al meglio il triathlon dopo un infortunio. In che modo? Tutto da leggere l’interessante articolo del dottor Luca De Ponti e l’accento che pone sull’importanza di comprendere le cause dell’infortunio e sapere come muoversi.

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Molteplici sono le cause, nelle forme acute, la più frequente è un’infezione batterica o virale, ma anche l’ingestione di cibi avariati, allergie alimentari e condizioni di eccessivo stress. Come pure potrebbe essere l’effetto collaterale di qualche farmaco assunto. Le forme più comuni sono in genere di breve durata e una dieta adeguata aiuta sicuramente a risolvere questo fastidioso sintomo.

L’infiammazione generale dell’organismo può ridurre la densità ossea con conseguenti infortuni. Che fare?
Bisogna riportare il giusto equilibrio nel nostro organismo, cambiando il nostro stile di vita o le nostre cattive abitudini di una alimentazione molto "occidentalizzata". Il dottor Speciani, che ha recentemente trattato questo argomento sull'ultimo libro scritto con Lyda Bottino (Food sensitivity), ci spiega come.

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Col superallenamento nel triathlon ecco che si hanno sintomi di stanchezza, di depressione e di forte calo del sistema immunitario con rischio infezioni. E occorre domandarsi perché i medici insistano a prescrivere antibiotici anche quando il loro utilizzo sia quanto meno discutibile. La vera guarigione da una patologia virale, batterica o fungina passa solo dal nostro sistema immunitario.

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Triathlon sempre più in salute, merito anche dell'Italia, nuovamente presente nell'ITU Medical and Doping Committee. Nel recente Congresso ITU di Madrid che ha rieletto Marisol Casado alla guida dell'ITU sino alle prossime Olimpiadi di Tokyo,  Sergio Migliorini è stato riconfermato nel Comitato Medico e Antidoping di cui è il chair dal 2009, membro dal 1992, nonchè delegato ITU alle Olimpiadi di Londra e Rio. 
"Mai come in questi ultimi due quadrienni", conferma Migliorini, "c'è stato un lavoro costante di miglioramento delle regole dell'ITU Competition Rules allo scopo di ottenere gare sicure, a tutela della salute degli atleti e dello stesso movimento."
Introdotte e affinate le norme per la qualità dell'acqua: oggi l’ITU Water Quality statement regola il nuoto in acque libere, e per i Giochi Olimpici di Rio è stato suggerito a tutte le Federazioni attinenti. Un lavoro iniziato per Londra, con il miglioramento delle acque del lago di Hyde Park, poi continuato con il monitoraggio per Rio, con il risultato di una rassicurazione circa le condizioni - eccellenti - della qualità delle acque a Copacabana. Oggi il dipartimento sportivo dell'ITU e quello medico controllano i valori batteriologici delle acque di tutte le principali gare in calendario, e tante sono state annullate. 
La collaborazione con il CIO, la ITU e la FINA ha portato in questi anni a definire i limiti massimi - 32° - e minimi consentiti - 12° - per la temperatura dell’acqua. A febbraio 2017 Migliorini parteciperà al nuovo Congresso ITU a Budapest, dedicato agli Organizzatori delle gare, e darà il suo contributo sul rapporto tra condizioni climatiche e sicurezza. 
Indicazioni e aggiornamenti continui sul sito medico ITU trattano l'argomento delle acque, ma anche quello dell'antidoping: in collaborazione con Leslie Buchanan viene giornalmente monitorata l’attività antidoping in gara e fuori gara seguendo le direttive della WADA, la valutazione delle TUE e gli aggiornamenti internazionali.

 

L'anticipazione è di Sergio Migliorini, riconfermato per la sua posizione nell'ITU MEDICAL AND ANTIDOPING COMMITTEE - di cui è il chair dal 2009; dal 1992 presente nel comitato medico - nel recente Congresso dello scorso weekend a Madrid: l'ITU ha introdotto le PPE Rules (pre participation examination) che consistono nell’obbligo per gli Junior del Triathlon che gareggiano nelle gare ITU di effettuare dal prossimo 2017 la visita medica, compilare un questionario anamnestico annualmente e sottoporsi a un ECG basale ogni due anni. Dal 2018 sarà obbligatorio anche per gli U23, gli Elite e i paratriatleti. "Per noi italiani", sottolinea Migliorini, "non è una novità, ma lo è per i paesi anglosassoni, dove la prevenzione cardiologica non è sempre all’ordine del giorno." Il nuovo protocollo trae ispirazione da un lavoro lungo e costante da parte dell'ITU, determinata più che mai nei due ultimi quadrienni a promuovere attraverso molte novità un miglioramento di tutte le regole dell'ITU Competition Rules, tutelando nel contempo la salute degli atleti.

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Siamo idonei allo sport? Ce lo dice il medico quando ritiene di poterci rilasciare un certificato medico agonistico. Scopriamone i segreti con la Dott.ssa Laura Pederzoli, cardiologa e anche Ironman, di quelli a cui il cuore ha battuto già molto forte, per l'emozione: nel suo curriculum di Triathlon già una presenza a Kona e tante soddisfazioni lungo il cammino. Pioniere in tal senso, ci racconta che il nostro paese ha decretato obbligatoria la visita di idoneità sportiva dal 1982, abbracciando ormai una popolazione che va dai 7 ai 70 anni, complici anche il Triathlon e gli sport di fondo, scelti dalle fasce più mature. Il nostro corpo si evolve nel tempo, anche a seguito delle discipline che pratichiamo, e diventa precauzionale ma anche solo interessante tenerlo monitorato almeno una volta all'anno attraverso una visita medica. Nè mera burocrazia all'abilitazione nè spauracchio che ci possa precludere l'amato Triathlon: la visita per il certificato medico sportivo vuole solo rendere possibile la diagnosi precoce di patologie, anche non correlate allo sport, ed eventuali fattori di rischio, per diventare un punto di partenza e di dialogo per la medicina della prevenzione, la terapia, la riabilitazione, anche solo per migliorare la performance. Fondamentale dunque, nell'ambito di una valutazione generale antropometrica, quella del profilo cardiologico, della pressione arteriosa sotto sforzo e dell'efficienza dell'apparato respiratorio. Previsti quindi i seguenti esami: spirometria, ECG basale e dopo lo sforzo, con calcolo dell'I.R.I. (indice di recupero), esame delle urine e controllo della capacità visiva, con la possibilità di richiedere ulteriori accertamenti - ecocolordoppler cardiaco, holter cardiaco 24h, monitoraggio pressorio 24h, esame completo sangue e urine - per dirimere eventuali dubbi in caso di concomitanti fattori di rischio cardiovascolare. In presenza di anomalie il protocollo prevede l'indirizzamento del soggetto dallo specialista più adatto. Il tutto nell'ottica della massima sicurezza possibile entro cui praticare il Triathlon e lo sport in salute.

Usura del tempo: che fare?

La fisioterapista Bianca Lenci risponde alla lettera del mese: non intimorirsi di fronte a una diagnosi di frattura da stress; gravità e i tempi di guarigione sono minori di quanto si possa pensare non avendo interruzioni complete dell’osso come sarebbe da frattura “normale”. Cause, trattamento e consigli. Scopri di più sul numero di novembre-dicembre: in edicola e disponibile anche attraverso abbonamento cartaceo e digitale.

 

 

... e i segnali che ci dà 

Semaforo verde o rosso?

La gestione dei segnali forniti dal corpo è parte del bagaglio tecnico dell’atleta, ma alcune indicazioni di massima possono essere tenute presenti da tutti per interpretare al meglio la propria condizione fisica. Nell’ampia panoramica dell’infortunistica e dei sintomi che possono anticiparla, ci sono delle situazioni per le quali è opportuno concedersi una pausa più o meno prolungata, con motivazioni che sono spesso diverse. Vediamo di capire quando è necessario uno stop dalla corsa, mantenendo comunque alto lo stimolo allenante di tipo cardiovascolare, importante ai fini del migliore e più veloce recupero prestativo, con la pratica della bici e del nuoto.

Come evitare che un TENDINE d’Achille diventi un TALLONE d’Achille?

Il tendine d’Achille è un tendine molto robusto, uno dei più importanti nella prestazione atletica, soprattutto nella corsa, dove fornisce la propulsione al corpo a partire dal piede. Serve da collegamento tra il muscolo tricipite della sura (composto dai due gemelli e il soleo) e il calcagno.

Meglio lo sterrato: meno traumatico anche se meno prestativo

Quante volte, reduci da qualche acciacco, ci siamo sentiti consigliare di riprendere a correre sul prato a un’andatura modesta? È capitato a molti e in effetti questa indicazione non è priva di fondamento riconoscendo al prato erboso il miglior effetto anti-traumatico in virtù della composizione di questo tipo di fondo, dove la superficie costituita dai fili d’erba smorza non poco l’impatto del piede con il terreno, peraltro il più delle volte soffice. Questo accorgimento è spesso visto in contrapposizione con una superficie rigida come l’asfalto dove il piede trova una risposta secca, ma ovviamente più prestativa.

Traumatismo da impatto

Ritornando a una considerazione più generale dell’effetto dell’impatto del piede con il terreno, sono almeno quattro le principali variabili che influenzano il traumatismo da impatto generato dalla corsa: la superficie di appoggio o, meglio, quella dove si esplica il gesto atletico; la velocità di corsa che ovviamente determina l’energia cinetica con cui il corpo si muove; la calzatura dell’atleta, ovvero il potere ammortizzante dell’intersuola; la tecnica di corsa: un appoggio sull’avampiede, peraltro molto più dispendioso da un punto di vista energetico, è in grado di dissipare maggiormente con il lavoro muscolare le forze che si contrappongono.

La superficie di appoggio

Abbiamo già accennato che se abbiamo una risposta secca (massima portanza della superficie di appoggio) la resa atletica sarà ottimale. Una resa ulteriore potrebbe essere fornita dalla risposta veloce ed elastica di un tappeto gommoso come quello delle piste sintetiche, ma per ora le competizioni su strada non lo prevedono per ovvi motivi. Da un punto di vista della prestazione cronometrica, quindi, l’asfalto è certamente valido. Da un punto di vista del traumatismo abbiamo degli inconvenienti legati a un potere ammortizzante pressoché nullo e alla possibilità di fattori torsionali di compenso molto contenuti (in pista, calzando le scarpette chiodate, abbiamo maggior potere ammortizzante e minor compenso torsionale). Ma cosa intendiamo per compenso torsionale? Parliamo della capacità, da parte del piede, una volta appoggiato, di ruotare leggermente nei confronti della stessa superficie per assecondare armonicamente la proiezione del corpo in avanti (fisiologicamente si ha una leggera intrarotazione dell’avampiede).

La velocità di corsa

Più la corsa è veloce, maggiore risulta la forza di impatto con il suolo fino al punto in cui il baricentro del corpo impone di “shuntare” la prima fase di impatto del retropiede per un appoggio quasi esclusivamente sull’avampiede (avviene quando si raggiunge un ritmo di 3’ al km). In questo caso sale di molto il consumo energetico, ma si ha più dispersione delle forze relative all’impatto grazie a un lavoro muscolare aggiuntivo. Ovviamente nelle lunghe distanze, come la maratona, risulta improponibile una corsa esclusivamente sull’avampiede soprattutto per l’anti-economicità di un simile esercizio. Quando scrivo “improponibile una corsa esclusivamente sull’avampiede” preciso che sto parlando della maggior parte di noi umani, perché anche sotto questo aspetto la stratosfera della maratona mondiale sta proponendo esempi sbalorditivi. La corsa molto lenta e prolungata tende a minimizzare l’utilizzo della muscolatura per contrastare la fase di decelerazione e si ha quindi un traumatismo da scarsa attivazione muscolare e un tempo di appoggio prolungato con l’esaltazione dei difetti biomeccanici.

La calzatura dell’atleta

Più la risposta è secca e meno vi è dissipazione di energia e quindi il muscolo ha potenzialmente più possibilità di caricarsi (pre-stiramento eccentrico) per proiettare il corpo in avanti. Ovviamente, in questo caso, l’effetto anti-traumatico viene a diminuire di molto, esponendo più facilmente le strutture anatomiche a forme di patologia che vedremo oltre. Calzature ben ammortizzate e genericamente un dislivello antero-posteriore marcato collaborano nella difesa dai traumatismi da impatto così come i sistemi ammortizzanti messi a punto dalle varie aziende. Il compromesso ottimale tra resa atletica ed effetto anti-traumatico è soggettivo, spesso dipendente dal peso del singolo e dai ritmi di corsa.

La tecnica

Dipende, come già accennato, dal ritmo, anche se può esservi una propensione personale a una corsa più sull’avampiede che, ovviamente, risulta meno traumatica (a eccezione di quello che riguarda le articolazioni metatarso-falangee). Da un punto di vista biomeccanico il compenso di un’ortesi plantare studiata in relazione alle particolari esigenze del singolo può costituire un fattore di prevenzione riguardo alle patologie da sovraccarico funzionale.

Quali infortuni

Passiamo ora agli infortuni più frequenti favoriti da un allenamento sistematico sulle strade asfaltate.
Ricordiamo:
- discopatie lombari e relative lombosciatalgie;
- involuzione artrosica da usura e ipomobilità delle articolazioni sacro-iliache;
- involuzione e lesioni degenerative delle strutture meniscali del ginocchio, in particolare il corno posteriore del menisco mediale;
- sindromi infiammatorie del tibiale posteriore;
- sindromi infiammatorie o degenerative del tendine di Achille;
- fratture da stress;
- stress muscolare dei polpacci.
Va precisato che l’allenamento eccessivo sull’asfalto in questi casi può essere considerato solo una concausa, mentre i fattori morfo-funzionali hanno senz’altro il maggior peso nel determinare l’evoluzione patologica. La superficie ideale Anche il prato, come superficie su cui correre, presenta controindicazioni: è di solito uno spazio piccolo, per cui può diventare noioso effettuarci molti chilometri, e le sue irregolarità non sempre sono evidenti. Lo sterrato rimane il terreno ideale sia per la riduzione del trauma da impatto sia per uno stimolo propriocettivo legato alle leggere irregolarità che esso presenta nei confronti dell’asfalto. Le condizioni di praticabilità devono essere legate a una buona visibilità, per evitare le asperità più consistenti che possono far parte della tipologia di questa superficie: da evitare, quindi, le ore serali con insufficiente illuminazione.

Salve dottoressa Lenci, 
mi rivolgo a lei perché partecipando a un triathlon off-road ho preso una brutta distorsione. Invece di farmi male su un sentiero tra i tanti accidentati, mi sono infortunata nella maniera più sciocca possibile, ovvero scendendo dalla bici in T2. Volevo farlo in fretta per guadagnare secondi importanti e sono stata maldestra, caricando tutto il peso sulla parte esterna della caviglia. Per fortuna non ho sentito rumori strani, ma un dolore fortissimo mi ha quasi tolto fiato. Presa dall’adrenalina sono riuscita a finire la gara anche se, forse, mi sarei dovuta fermare dato che ora la caviglia è gonfia, calda e faccio fatica a camminare. Non ho alcun livido sul piede, non mi sembra di avere niente di rotto, ma cosa posso fare per guarire in fretta? 
Grazie,

Chiara da Salerno

Aspetti già importanti nella vita di tutti i giorni, lo diventano ancor più quando chiediamo al nostro corpo di andare oltre la corsetta settimanale, con un impegno importante e sistematico, pur se commisurato all’età e al tempo a disposizione. Quali le verifiche da fare, senza tralasciare l’importanza del riscontro medico? Spesso si combattono situazioni infiammatorie dovute al sovraccarico a colpi di antinfiammatori e terapie fisiche, con gli allenamenti che si fanno altalenanti. È dovere del medico aiutare l’atleta a individuarne le eventuali cause e a porvi rimedio, così da non incorrere in insuccessi o miglioramenti solo transitori. Ci sono quindi alcune situazioni di base che vanno verificate senza dare nulla per scontato prima di affrontare un programma di allenamento più o meno articolato.

1. Il peso dell’atleta
Correre in sovrappeso è pericoloso per le articolazioni e può costituire il trampolino di lancio per problematiche alla schiena e alle ginocchia. Meglio non usare la corsa per dimagrire, soprattutto oltre i quarant’anni e dove il sovrappeso superi i 15 chili. Più saggio in queste condizioni iniziare con la camminata e portarsi a un buon livello di forma prima di cominciare con la corsa.

2. L’equilibrio muscolare
Inteso soprattutto in rapporto al peso. Per governare bene le articolazioni, la forza del muscolo deve essere rapportata al peso del soggetto ed è necessario un equilibrio tra muscoli agonisti e antagonisti. Se così non fosse, meglio affidarsi a un preparatore atletico e cominciare con esercitazioni di ricondizionamento muscolare, con un occhio di riguardo ai punti critici. Arti inferiori e muscolatura paravertebrale sono particolarmente sollecitati durante la corsa, è quindi necessario un monitoraggio costante di questi distretti.

3. Eventuali dismetrie degli arti inferiori
Il sovraccarico dovuto alla corsa richiede attenzione alla postura del bacino, che dipende anche dalla lunghezza degli arti inferiori. Talvolta, non sempre purtroppo, è possibile riequilibrare il bacino con spessori da studiare ad personam. Anche l’intervento fisioterapico o dell’osteopata, sempre su indicazione medica, può risultare determinante per il riequilibrio posturale.

4. La mobilità delle articolazioni
Caviglia, ginocchio, anca e schiena sono le articolazioni cardine nella corsa. La plasticità del movimento atletico dipende anche dalla mobilità articolare, che va ricercata costantemente e incrementata con esercizi di stretching. In particolare quella dell’anca, che viene sfruttata per un arco limitato di gradi, mentre le componenti rotatorie risultano importanti anche ai fini della salute dell’anca stessa. A livello lombare, invece, il movimento vertebrale è necessario per contrastare l’anteposizione alternata degli emibacini a ogni passo, mantenendo una postura eretta. Situazioni di scarsa mobilità ed elasticità rischiano di essere pagate a caro prezzo.

5. La biomeccanica dell’appoggio del piede
È un elemento imprescindibile quando il numero dei chilometri percorsi diventa significativo. Effetti negativi si possono ripercuotere lungo tutta la catena cinetica. Rintuzzare in modo estenuante situazioni infiammatorie con terapie di tutti i generi, senza razionalizzare la qualità dell’appoggio del piede, è quanto di più deleterio si possa fare.

6. La bontà dei principi alimentari
Il controllo delle situazioni infiammatorie da generico sovraccarico può essere affidato, in parte, all’alimentazione, vista come induzione al buon funzionamento ormonale. Il principio di omeostasi, di equilibrio delle funzioni del corpo, deve essere sempre rispettato e l’alimentazione corretta gioca un ruolo decisivo. La ricerca dei cibi integrali, la modulazione dello stress ossidativo e il controllo dei picchi dell’insulina sono ormai condizioni imprescindibili.

7. Il metabolismo degli urati

La funzionalità renale è essenziale nello smaltimento degli urati, che derivano dall’assunzione proteica e dalla degradazione delle proteine del muscolo. Un affievolirsi dell’eccellenza del lavoro renale è normale al trascorrere degli anni, risulta quindi saggio diminuire progressivamente la quota di urati con l’alimentazione, facendo attenzione ai cibi che ne sono particolarmente ricchi, come la carne rossa, i crostacei, la selvaggina, i dadi di carne ecc. Il controllo dell’uricemia nel sangue va ripetuto in modo sistematico. La salute dei denti Problemi ai denti, come ascessi frequenti, carie e, più genericamente, infezioni del cavo orale vanno trattati adeguatamente perché possono amplificare situazioni infiammatorie di altri distretti: muscolari, tendinei e articolari. Attenzione anche alle situazioni di maleocclusione, che possono essere foriere di squilibri con ripercussioni posturali negative.

La dott.ssa Bianca Lenci, fisioterapista, risponde alla domanda di un nostro lettore a proposito di Pilates e mal di schiena.

Salve dottoressa Lenci, 

sono un triatleta e da anni soffro di ricorrenti mal di schiena (chi può dire di non averli mai provati?). Il mio è un dolore, anche se leggero, sempre presente e circa un paio di volte l’anno, quando sono in un periodo di stress o mi alleno più del solito, aumenta al punto da bloccarmi e mi obbliga a prendere antidolorifici. Ma non posso rovinarmi lo stomaco! Mi sono, quindi, deciso a fare qualcosa anche perché, ahimè, gli anni aumentano così come i problemi fisici.
Diversi amici mi hanno consigliato Pilates, dicendo che dopo averlo fatto anche loro per lo stesso mio motivo, il mal di schiena, sono stati meglio. Secondo lei mi può aiutare oppure è meglio seguire un percorso di fisioterapia classico?
Grazie, Ivan da Milano

Caro Ivan,
purtroppo il mal di schiena può essere considerato il male del secolo. L’80% della popolazione ne ha sofferto almeno una volta nella vita e tante possono essere le cause, così come tanti possono essere gli approcci per curarlo. Dunque, prima di iniziare a fare Pilates è bene farsi vedere da uno specialista e valutare se è indicato per il tuo tipo di problema nello specifico. Qualora lo fosse, bisogna inoltre valutare, dato che è una disciplina molto varia, se è necessario prima eseguire delle tecniche manuali dirette e conoscere particolari posture da evitare o favorire. Intanto… cos’è il Pilates?
Il Pilates è un metodo di allenamento inventato verso la fine del ’900, i cui principi vengono usati molto anche in riabilitazione. Infatti, incoraggia a usare la concentrazione per tonificare e controllare i muscoli profondi, definiti anche posturali, per avere senso di posizione del proprio corpo e dare sostegno alla colonna vertebrale. Aiuta così a mantenere un buon allineamento della schiena, il quale previene o allevia il dolore. Come si pratica? Il Pilates annovera oltre 500 esercizi diversi, eseguiti a corpo libero oppure con attrezzi. Di ognuno si fanno poche ripetizioni e si abbina la respirazione facendo, dunque, entrare in gioco anche la concentrazione e la coordinazione. I movimenti devono essere sempre controllati, fluidi e consapevoli. Quali i benefici? Questo sistema di allenamento viene pensato non solo per rendere i muscoli più forti, ma anche per renderli flessibili, resistenti allo sforzo fisico e in grado di dare controllo a ogni movimento del corpo. Tutti questi aspetti, oltre a prevenire o ridurre i sintomi del mal di schiena, migliorano la postura, l’efficacia del gesto atletico e riducono il rischio di infortuni.